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BULLISMO

Negli ultimi anni il termine bullismo è comparso frequentemente nelle cronache dei giornali e della televisione.

Il termine “bullismo”, è spesso abusato e talvolta travisato, proviene dall’inglese “bullying” e viene usato nella letteratura internazionale per connotare il fenomeno delle prepotenze tra pari in un contesto di gruppo in cui il “bully” è “una persona che usa la propria forza e/o il proprio potere per intimorire e/o danneggiare una persona più debole.”

Il bullismo è un fenomeno di origine antica largamente diffuso in ambito scolastico che però solo recentemente ha ricevuto particolare attenzione diventando oggetto di studio sistematico.

La definizione che ne dà Dan Olweus, uno dei maggiori studiosi di questo fenomeno, è la seguente: “uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato e vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, ad azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni.”

Il bullismo è una forma reiterata di vittimizzazione. Si definisce bullo il soggetto che compie violenza fisica o verbale in modo intenzionale, non in un arco di tempo definito ma in un vasto lasso di tempo, verso un altro individuo che si definisce vittima.

Accanto alla figura del bullo e della vittima si delineano altri profili.

Ci sono i cosiddetti gregari, che fiancheggiano il bullo nella sua opera di vittimizzazione e vengono considerati corresponsabili.

Esistono, poi, i cosiddetti spettatori, che osservano passivamente la violenza fisica o verbale perpetrata nei confronti della vittima e a favore della quale non intervengono.

Possiamo dedurre che gli elementi che caratterizzano il fenomeno siano essenzialmente tre:

  • l’intenzionalità,
  • la persistenza,
  • il disequilibrio di potere.

Intenzionalità: è intesa nel senso che il bullo mette in atto intenzionalmente non per caso, dei comportamenti fisici, verbali o psicologici con lo scopo di offendere l’altro e di arrecargli danno o disagio.

Persistenza: sebbene anche un singolo episodio possa essere considerato una forma di bullismo, l’interazione bullo-vittima è caratterizzata dalla ripetitività di comportamenti di prepotenza protratti nel tempo.

Disequilibrio di potere: una relazione asimmetrica tra il bullo che agisce e la vittima che spesso non è in grado di difendersi.

Con il termine bullismo non ci si riferisce ad una situazione statica nella quale c’è qualcuno che aggredisce e qualcun altro che subisce, ma ad un processo dinamico e multidimensionale, in cui persecutori e vittime sono entrambi coinvolti. Non è dunque un processo riconducibile al solo comportamento disadattivo di un individuo.

Il bullismo è un fenomeno che si alimenta di paura e che ne genera a sua volta.

Questa paura generalizzata e i messaggi sbagliati veicolati dal mondo degli adulti sono fattori che innescano e sostengono il bullismo che non è un fenomeno individuale ma è un fenomeno sociale, legato ai gruppi e alle culture di riferimento.

L’intero sistema della scuola e della classe pertanto viene interessato dal verificarsi di episodi di bullismo, che influenzano anche gli allievi non direttamente coinvolti nelle prevaricazioni.

Le forme di comportamento aggressivo che il bullismo può assumere possono essere di tipo fisico o verbali, dirette in qualche modo (botte, calci, pugni, offese o minacce) o con modalità di tipo psicologico, quindi più indirette, quali l’esclusione dal gruppo, la diffamazione e le calunnie.


PROFILO DEL BULLO

Lo stereotipo prevalente vede il bullo come maschio, violento e isolato.

La situazione è in realtà più complessa. Il bullo può avere uno status alto nel gruppo dei pari oppure può maltrattare i più deboli per scalare la gerarchia gruppale.

Olweus sostiene che il bullo maschio ha un’immagine di sé altamente positiva che lo rende sicuro e presuntuoso: è un ragazzo ben inserito nella società dei ragazzi e ha buone abilità comunicative, non comprende i sentimenti altrui e ha livelli molto bassi di empatia, non accetta le regole o le figure che rappresentano l’autorità, ritiene che l’aggressività sia la strategia migliore per la risoluzione dei conflitti.

Besag individua tre profili di bullo:

a. Bullo vittima: un ragazzo che diventa bullo a causa di atti di bullismo subiti. Apprende sulla sua pelle il comportamento di manipolazione e poi lo replica. Si trova ai livelli più bassi delle gerarchie e può cercare di scalarle. A seconda dei contesti assume alternativamente il ruolo di bullo e di vittima per saggiare il terreno. È una figura più diffusa nella scuola primaria.

b. Bullo provocatore: un ragazzo che non ha empatia per riconoscere i sentimenti degli altri. Adotta comportamenti aggressivi senza essere consapevole delle conseguenze. È incapace di gestire le proprie emozioni. Ha difficoltà a interagire con gli altri e conosce come unica forma di relazione l’aggressività.

c. Bullo ansioso: un ragazzo con difficoltà economico-familiari e con lacune culturali. Ha una bassa autostima e si sente inferiore. È geloso per i successi o per i beni materiali degli altri. Può perpetrare prevaricazioni allo scopo di ottenere oggetti che non può acquistare da sé.


LA VITTIMA PREFERENZIALE DEL BULLO

Il bullo sceglie specificamente, e non a caso, la vittima. Generalmente il bullo la sceglie perché: 

1. è diversa in qualche modo dagli altri (viene da un altro paese, ha un’altra religione, porta l’apparecchio ai denti, in qualche modo è diversa dall’immagine comune di bambino/adolescente),

2. non sarà facilmente aiutato dagli altri (ad es, è un ragazzo solo che non fa facilmente amicizia),

3. è meno forte.

La vittima spesso sviluppa emozioni ambivalenti: molte volte sperimenta sentimenti di rabbia verso i genitori, gli insegnanti e i compagni di classe, da un lato perché non riconoscono la sua difficoltà a reagire e dall’altro perché sente che pensano che la vittima sia in qualche modo responsabile del bullismo.     

In genere la maggior parte dei tratti di personalità della vittima lo rendono un obiettivo più facile. La vittima, infatti, presenta in genere:

  • Bassa autostima,
  • Scarsa capacità di risoluzione dei problemi,
  • Sintomi depressivi,
  • Difficoltà emotive,
  • Sentimenti di solitudine,
  • Basso rendimento scolastico ed elevato numero di assenze da scuola,
  • Disturbi del comportamento,
  • Problemi psicologici /psicosomatici (mal di testa, mal di pancia, disturbi del sonno, enuresi),
  • Stress,
  • Fobie/paure,
  • Incapacità di stare da solo,
  • Evitamento del contatto oculare.

È indispensabile tenere in considerazione le emozioni della vittima che, nel caso di bullismo appunto, non differiscono dalle altre forme di violenza. La vittima può sperimentare:

Rabbia

Prova rabbia per quello che è accaduto, senza capacità di reagire; la rabbia viene generalmente espressa nei confronti delle persone care come il padre, la madre o i fratelli.

Vergogna

Si vergogna di quello che è accaduto e crede che i compagni di classe lo considerino un fifone. E’ difficile per lui fare amicizia poiché crede che nessuno vorrà essere suo amico. Si vergogna anche di rivelare quanto accaduto ai genitori per timore di deluderli.

Colpa

Sente di essere in parte responsabile di quanto accade (ad esempio: “mi chiamano quattrocchi” – io porto gli occhiali – hanno ragione – sono un quattrocchi).

Paura

Vive con la costante paura di essere preso in giro e deriso.

La combinazione di rabbiapauravergogna e colpa porta il ragazzo a non raccontare a nessuno ciò che vive e di conseguenza a non chiedere aiuto.

L’isolamento emozionale porta a un generale isolamento della vittima che, se non riceve un adeguato sostegno, in futuro potrebbe non essere capace di assumersi delle responsabilità, un ruolo sociale, stabilire relazioni interpersonali.


LA MAGGIORANZA SILENZIOSA: IL RUOLO DEGLI SPETTATORI

Il bullo non vive senza una platea, proprio per questo il ruolo degli spettatori è determinante rispetto alla possibilità di favorire o inibire il comportamento disfunzionale messo in atto dal bullo.

Le reazioni più comunemente osservate in chi assiste sono:

  • Interesse per le azioni del bullo (scelta che rinforza il comportamento del bullo),
  • Indifferenza allontanandosi dalla situazione (scelta che rinforza moderatamente il comportamento del bullo),
  • Motivazione a intervenire in favore/difesa della vittima (scelta che disinnesca il bullo).

Di fronte a reazioni di indifferenza o di scarsa attenzione da parte degli osservatori aumenterà il comportamento aggressivo del bullo nei confronti della vittima per “conquistarli”.

Dall’altro lato, le reazioni degli osservatori influenzano significativamente la vittima. La risata, il sorriso, l’indifferenza e il non intervento rinforzano il comportamento del bullo e il senso di colpa della vittima.

Inoltre, commentare l’accaduto alla fine va anche a rinforzare la vergogna e la solitudine della vittima.

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